Sono gli anni cinquanta, un decennio complesso fatto di brutti ricordi e di nuove belle speranze, un decennio salvo dalle ideologie nazifasciste ma incappato quasi inconsapevolmente in una guerra assai più pericolosa.
La guerra fredda è alle porte e il comunismo, a ragione dell’indignazione dei pensieri di destra, spopola non solo in Italia ma in gran parte d’Europa. Il caos culturale sembra spazzato via dalla certezza che viene dall’est, ma ecco che il 5 marzo, con la morte di Stalin, si ritorna ad una angoscia pura nei confronti delle ideologie.
È nel clima della ricostruzione, forse non solo da intendersi in senso pratico, ma anche metaforico, che nasce “Nuovi Argomenti”, per mano di Alberto Moravia e Alberto Carocci, nel marzo del 1953. Una sfida nuova e piena di coraggio in un’Italia che non ha alcun desiderio di uscire allo scoperto e che fa del pensiero conservatore un suo caposaldo come se ci si aggrappasse ai sacri miti della nostra vecchia società:
“Nel nostro clima politico di prudente conformismo, qual è rappresentato dalla maggior parte dei giornali quotidiani, queste riviste si staccano per uno spirito spiccatamente anticonformistico, che rasenta, per i benpensanti, l’insolenza, se non addirittura, una condannevole irriverenza verso i sacri miti ”[1]
Ed è realmente così, poiché spesso in quegl’anni si hanno tra le mani riviste che appartengono, ideologicamente parlando, senza riserve, a partiti politici; nel caso del periodico “Nuovi Argomenti” invece si riesce, non senza fatica, a proporre qualcosa di molto diverso
“La rivista si presentava esplicitamente staccata da partiti o da poteri politici e l’attacco alle cittadelle burocratiche di genere non poteva essere più leale od esplicito, come altrettanto esplicito era l’avvertimento che ogni strumentalizzazione ‘diversa’ sarebbe stata respinta. Ciò tuttavia non comportava affatto che fosse perduto un impegno d’intervento e di coinvolgimento su tutti i fatti emergenti della vita sociale.”[2]
Con la chiara volontà di tornare a parlare di arte e cultura senza tralasciare però l’analisi nei confronti della società tutta, nasce un modo diverso di intendere l’estetica in quanto arte, si ritrova come la necessità di ammirarla in funzione del palcoscenico sociale in cui prende vita.
I due direttori della prima edizione, Moravia e Carocci, in questo modo riescono insieme a rendere la rivista completa; Moravia, così attento al romanzo, all’arte e d’altro canto acuto osservatore di ciò che capitava nel mondo e Carocci, artista indiscusso ma grande e appassionato direttore di riviste importanti come la vecchia “Argomenti” e “Solaria”.
Dunque un connubio perfetto che concede lo spazio meritato ad artisti e nuovi scrittori, mantenendo però intatta la consapevolezza intellettuale, quella sempre pronta a battere il ferro caldo delle questioni del mondo.
È dunque arrivata nelle case degli intellettuali italiani la sociologia dell’arte,
“Se il neoidealismo italiano è in larga parte concepibile come una reazione al positivismo, l’estetica (prevalentemente sociologica) del marxismo può invece essere considerata una sua propaggine, per quanto riveduta e corretta. È infatti specifico del materialismo marxista il sottolineare come l’arte, non diversamente da ogni altra forma spirituale ideologica, rispecchi sempre in quanto ‘sovrastruttura’, un certo sviluppo storico delle forze socioeconomiche, pur potendo eventualmente anche rapportarsi alla ‘struttura’ in maniera dialettica e critica.”[3]
così anche per “Nuovi Argomenti”, arriva il momento di riflettere nel bene e nel male sul pensiero comunista in relazione al mondo della letteratura, tanto che, il primo articolo firmato dal direttore Moravia prende proprio il titolo Il comunismo al potere e i problemi dell’arte.
“Non hanno mai pensato i marxisti che l’arte comincia invece proprio a partire dall’inconsapevolezza dell’artista di ogni determinazione extrartistica? L’arte è il dialogo dell’uomo con la natura. […] La teoria dell’arte come sovrastruttura è legata al problema della produzione industriale dell’arte e non porta che ad una nuova definizione di specie sociale ed economica, dell’arte mancata, dell’arte brutta. L’arte riuscita, l’arte bella non c’entra.”[4]
Un’importanza vitale quindi, quella di ragionare sul concetto marxista di arte e valutare quanto sia problematico per essa uscire dalla definizione di sovrastruttura, nel momento in cui il comunismo la rendeva uno strumento di cui servirsi a scopi politici. Nasce il dibattito abbastanza serrato sui bisogni dell’arte come la libertà ma soprattutto come il doversi aggrappare costantemente alla natura, perché è proprio la natura (come estetica) che la domina e non la società:
“L’arte […] è invece legata alla maturità del gusto, della cultura e della capacità espressiva.”[5]
Va ricordato che però “Nuovi Argomenti” apre i battenti sì come rivista di stampo marxista, ma è d’altro canto completamente disinteressata a perseguire quell’ideologia in tutto e per tutto: è riconosciuta come luogo di incontro/scontro, in cui è importantissimo il dialogo, la riflessione e la critica. Proprio per l’interesse che hanno gli stessi i direttori nell’incentivare lo scambio di idee a livello intellettuale, “Nuovi Argomenti” sembra il primo a saper sviluppare una vera e propria linea d’inchiesta nei confronti dei temi più discussi del momento; proprio il Questionario Moraviano diventa punto di distinzione nei confronti delle altre riviste allora emergenti come “Aut –Aut”, “Il Ponte”, “Comunità”, “Il Mulino”…
Ricordiamo tra le più interessanti inchieste la prima in assoluto, dedita a Arte e Comunismo sulla quale riflettono Lukács, Solmi, Chiaromonte, Salinari, Guttuso, Fortini, Bobbio e Bandinelli, o quelle del 1954 e 1958 Inchiesta su Orgosolo (N.10 settembre-ottobre 1954) e Inchiesta alla Fiat (N.31 e 32 marzo-giugno 1958), oppure la famosa 9 domande sullo stalinismo rivolta a uomini politici e di cultura di diversa parte politica nel fascicolo N.20 del maggio giugno del 1956. Il periodico ospita oltretutto con enorme piacere gli scritti di personaggi illustri della filosofia o dell’arte o anche del mondo intellettuale; come dimenticare nel N.27 di luglio-agosto 1957 l’importante saggio di Giörgy Lukács, il maggior esponente del secolo scorso dell’estetica marxista, intitolato Le basi ideologiche dell’avanguardia, oppure Stato socialista e libertà della cultura firmato da Ernesto de Martino. Anche andando avanti negli anni la rivista continua a far largo agli ammirevoli saggi di carattere politico/sociale come quelli di Norberto Bobbio: il suo Intellettuali e vita politica in Italia sembra rappresentare un riassunto ben delineato della storia intellettuale italiana la quale, proprio grazie alle riviste di carattere come “Nuovi Argomenti”, riusciva ad uscire dal torpore conformista ed abbracciava in pieno l’evoluzione culturale di quegli anni.
Come abbiamo già sottolineato in apertura di paragrafo, la voglia di andare in contro nuove ideologie, tipico degli anni ’50, si riscontra in altre particolari iniziative promosse da “Nuovi Argomenti”. Mentre nei primi anni del decennio l’interesse è pressoché rivolto al dibattito sul marxismo e sulla società, con l’avvicinarsi agli anni ‘60 qualcosa si scorge all’orizzonte. C’è la voglia di scoprire nuovi volti letterari, di leggere nuove storie, di fare della letteratura non più un universo sacro ma madre e figlia di tutti.
La fertilità letteraria alla fine degli anni ’50 è anche incentivata dalla voglia di riscoprire una propria identità; nascono infatti nuove figure distanti tra loro sia a livello più pragmatico, quindi in riferimento allo stile di scrittura, sia a livello formale di pura teoria letteraria. Entrano in gioco Pier Paolo Pasolini, Italo Calvino, Elsa Morante, Eugenio Montale e tanti altri. L’inchiesta quindi ora è incline ai confronti sui temi del romanzo (9 domande sul romanzo, N.38-39 di maggio-agosto 1959 oppure 8 domande sulla critica letteraria in Italia, N.44-45 di maggio 1960). Chi, se non gli artisti emergenti, può rispondere con tanto entusiasmo alle problematiche attuali del nuovo romanzo? Nasce allora un punto interrogativo molto forte, forte tanto quanto la crisi dell’arte durante il potere comunista: realismo o sperimentalismo?
Moravia comincia il suo intervento così: ‘il romanzo come genere letterario non è in crisi. Le tecniche narrative sono state sempre in crisi cioè in evoluzione. […] Quali vie seguono gli scrittori per oggettivare l’alienazione, ossia la crisi del rapporto con la realtà?’
Due vie principalmente, quella del realismo e quella dello sperimentalismo. Precisa che lo sperimentalismo era un modo, uno dei due modi, di reagire all’alienazione, cioè alla crisi del rapporto con la realtà.
E concludeva: “del resto tutti coloro che protestano contro lo sperimentalismo dovrebbero riflettere ch’esso è sempre esistito; che in tutti i tempi gli scrittori cercavano nuove tecniche di linguaggio in sostituzione delle vecchie ormai esaurite”[6]
Moravia è già da molti anni interessato al concetto di alienazione nei confronti della realtà e proprio per questo riesce con molta disinvoltura a mantenere sempre aperto il dibattito.
Dialogo altrettanto fertile, capace di dar vita a nuove interessanti tesi, è quello con Pier Paolo Pasolini, uno degli scrittori che sposa appieno l’idea di romanzo storico e nazionale, chiedendosi quale racconto potesse ancora tenersi in vita senza una base storica. Altre domande sembrano emergere da questi interessanti dibattiti, come ad esempio quello nei confronti del romanzo psicologico che pare mettere tutti d’accordo, ad eccezione di Italo Calvino, il quale rimane fin da subito fedele all’idea dell’impossibilità di fare romanzo (come metaforicamente sosterrà in uno dei suoi più famosi: Se una notte d’inverno un viaggiatore) .
Iniziando dal dibattito intellettuale, passando per la critica artistica e letteraria, la prima serie di “Nuovi Argomenti” giunge al termine. Gli ultimi anni, dal 1960 al 1964, sono incentrati sostanzialmente sulla scoperta di autori emergenti e sulla nuova problematica riguardante il neocapitalismo. L’ultima inchiesta è costituita da dieci domande su neocapitalismo e letteratura (N.67-68 marzo-giugno 1964) con le risposte di numerosi autori e critici tra cui Arbasino, Baldini, Chiaromonte, Eco, Leonetti, Moravia, Ottieri,
Pasolini, Raboni, Rosso, Roversi, Siciliano, Vittorini. Con la chiusura della prima edizione di “Nuovi Argomenti” si conclude sostanzialmente un primo capitolo che ha svolto un ruolo fondamentale nel panorama intellettuale e letterario italiano grazie a confronti, inchieste, riflessioni; non ci si sarebbe mai aspettati che la nuova stagione del periodico aprisse i battenti con il più grande dibattito che la storia intellettuale avesse mai dovuto affrontare: gli anni settanta sono alle porte.
[2] FRANCESCA SANVITALE, Camera ottica, pagine di letteratura e realtà, Einaudi, Torino 1999 p. 163.
[3] TONINO B. GRIFFERO, L’estetica marxista e la sociologia dell’arte, Storia dell’estetica
moderna, Edizioni Nuova Cultura, Roma 2008 , p. 104.
[4] ALBERTO MORAVIA, Il comunismo al potere e i problemi dell’arte, Nuovi Argomenti, N.1, 1
Serie, Mondadori 1953, p.5.
[5] FRANCESCA SANVITALE, Camera ottica, pagine di letteratura e realtà, Einaudi, Torino 1999, p. 166.
[6] FRANCESCA SANVITALE, Camera ottica, pagine di letteratura e realtà, Einaudi, Torino 1999, p. 166.