Pier Paolo Pasolini, 1922-1975; Italo Calvino, 1923-1985.
Mosaico ricorda la diversa testimonianza di questi due grandi scrittori quasi coetanei a 35 anni dalla morte dell’uno e a 25 anni dalla morte dell’altro. Due modi di essere intellettuali nella realtà italiana. L’urlo di Pasolini, il suo bisogno di intervenire continuamente, denunciando con forza le trame del Palazzo; l’approdo alla leggerezza di Calvino, la progressiva presa di distanza dall’intervento diretto sui fatti di politica e di cronaca, spesso sostituito dal silenzio a partire dagli anni Sessanta, dopo una militanza molto attiva nel Partito Comunista nel dopoguerra, come intellettuale di punta e, di fatto, “organico”. Proprio Pier Paolo Pasolini, recensendo Le città invisibili, ricorda questo distacco di Calvino da una lotta comune: «… sono cresciuto con Italo Calvino. L’ho visto giovanissimo… abbiamo lavorato insieme, lui a Torino io a Roma, fin verso i 40 anni, cioè fino a che abbiamo raggiunto il centro della vita. Ci legava soprattutto l’ottimismo, come un buon sentimento, consistente nella convinzione che il nostro lavoro fosse al centro di qualcosa e che qualcosa ne dovesse risultare. In modo molto ombroso ci ammiravamo e ci amavamo… Poi Calvino ha cessato di sentirsi vicino a me; l’ho capito subito, all’inizio degli anni sessanta, qualcosa si spaccava…». In quegli anni tremendi per la storia italiana, segnati proprio dal delitto Pasolini, dalle stragi, dal rapimento Moro nel 1978,Calvino si sente a disagio, confessa di riconoscersi in tante cose, ma come a pezzettini di uno specchio che non combacia. Il suo personaggio autobiografico e testamentario, Palomar, come acutamente scrive Silvio Perrella, sceglie il silenzio e si morde tre volte le labbra prima di parlare, mentre Pasolini, profetizzando il suo “martirio”, conduce con i famosi articoli raccolti in Scritti corsari e Lettere luterane il suo discorso ininterrotto, volto a scoprire misteri ancora irrisolti della politica italiana. Pagherà con la morte, costretto al silenzio. Per Calvino saranno le Lezioni americane del 1985 a esaltare la letteratura come risposta al caos violento della realtà che bisogna tenere a distanza per interpretarla e, sempre con i mezzi riflessi dell’arte, tentare di sconfiggerla.


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