“Ero al mio primo vero lavoro e stranamente mi sembravo ancor più piccola di quello che potevo apparire alla gente. Ero con Sara, sul 312, come ai vecchi tempi. Eravamo andate a trovare Elisa e per buona creanza, e anche per mia estrema pigrizia, la stavo accompagnando verso casa; dopo un paio di fermate sarei scesa anch’io.
«Ma è chiaro che era solo una pazza…no?»
Avevo detto a Sara che dovevo scrivere su Giovanna D’Arco ed effettivamente la sua domanda mi lasciò un po’ perplessa, perché non me l’aspettavo: credevo che per lo meno si fosse posta il dubbio sulla santità di quella ragazzina che veniva da Domrémy.
Aprii la bocca per rispondere ma in un certo senso come potevo affermare con certezza che l’eroina di Francia non era una pazza visionaria!? Sara mi guardava e forse si aspettava, come succedeva ai tempi del Liceo, che io fossi più che convinta sull’operato di Dio.
Sapevo benissimo che la stessa domanda di Sara me l’ero posta io stessa qualche giorno addietro.
«Era una pazza, senz’altro pazza, con qualche strano caso di schizofrenia, di sdoppiamento di personalità…». Ormai quel mito l’avevo spiegato così.
In quel momento, quasi per istinto, decisi però di difendere la Pulzella di Orleans. Per quanto non ci fossero effettivamente prove certe della sua venuta in nome di Dio, io feci dei ragionamenti logici tali da poter convincere Sara… o convincere me stessa?
Dissi alla mia amica che Giovanna D’Arco non aveva mai ucciso nessuno in battaglia e che prima di sferrare gli attacchi verso l’esercito inglese, più e più volte l’aveva intimato di andarsene dal suolo di Francia. Chi altro se non una santa avrebbe pianto per la morte dei suoi nemici, tanto da raccoglierli da terra e donargli l’estrema unzione?
Questo però non bastava né a me e né a Sara…non ci credeva lei a Giovanna, come non ci credevo io.
Scesa dall’autobus, provai pena per la mia disillusione.”


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