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In attesa della festa…

In attesa della festa. Letture ed esercizi dai laboratori di creatività: con questo titolo in uscita per Universitalia un mio librettino di letture erratiche, divaganti, non legate al mestiere di “letterato”, offerte in incontri fuori dagli orari ufficiali ad amici e studenti di Tor Vergata, che si sono anche divertiti a scrivere “a vuoto”, ovvero a partire dalle fascinazioni di quelle letture. In particolare, pensando ad un “ricordo ancestrale”, ispirato dalla lettura di Campo di granoturco, in Feria d’agosto di Cesare Pavese. Ne presento, nel volumetto, una antologia, con un racconto di Lidia Sirianni ( Il Giardino). Trascrivo la nota introduttiva e il capitoletto finale:


In attesa della festa. Letture ed esercizi dai laboratori di creatività

di Fabio Pierangeli

Nota introduttiva

[…] nonostante i programmi, la poesia mi ha abbandonato. E a questa lettera ho dovuto fermarmi. La poesia va e viene, vive e muore quando vuole lei, non quando vogliamo noi e non ha discendenti. Mi dispiace ma è così. Un poco come la vita, soprattutto come l’amore.

(Goffredo Parise, Avvertenza, in Sillabari)

L’ispirazione si rifiuta di sottoporsi al comando dell’attore e poiché “arriva solo quando è festa”, è necessario individuare una via “più accessibile e battuta”, costituita dalle azioni fisiche, la cui funzione viene evocata con una similitudine a lui (Stanislavskij) cara: «Ricordatevi come decolla un aeroplano: rolla a terra, accumulando inerzia. Si crea un movimento d’aria che lo spinge da sotto le ali e solleva in aria la macchina. Anche l’attore si mette in moto e, come dire, prende la rincorsa lungo le azioni fisiche e accumula inerzia. In questo modo, con l’aiuto delle circostanze date e dei magici ‘se’ l’attore dispiega le ali magiche della fede che lo innalzano nel regno dell’immaginazione, in cui crede sinceramente.

Ma se non c’è un terreno battuto o la pista di un aeroporto lungo la quale prendere la rincorsa, può forse l’aeroplano levarsi in volo? Naturalmente no. Per questo, la nostra prima preoccupazione deve essere quella di creare e spianare questa pista di decollo, come un selciato di azioni fisiche, forti della loro verità» (Edo Bellingeri, Stanislavskij prova Otello, Roma, Artemide, 2007).

Con l’augurio di molte farfalle (La dedica ai figli del libro di Jean-Dominique Bauby Lo scafandro e la farfalla)

La farfalla del talento e dell’ispirazione è beatamente capricciosa, vola dove vuole, scriveva altrove ancora Parise. Il magico tocco di palla, alla Baggio, in una calcistica immagine di Raffaele Manica, non si può certo insegnare. Si può, forse, felicemente, per osmosi,  trasmettere la passione della letteratura, della scrittura e magari aiutare a scoprire un piccolo o grande talento in chi ignorava di possederlo. Come, in modo toccante, scrivono Marzia Consalvi e Daniela Iuppa, avendo ricevuto in dono, gratuitamente, da maestri e insegnanti, tale passione, si sente naturale l’esigenza di offrire e comunicare ad altri. Divertendosi, esercitandosi, cercando di scrivere in corretto italiano, provando anche forti emozioni, come quando,, con gli amici di Tor Vergata e Roma Tre, abbiamo lavorato sul ricordo ancestrale di ognuno di noi, a partire dal racconto Campo di granoturco di Cesare Pavese. Mettere in comune le proprie letture, esercitarsi a vuoto, provando e riprovando e magari tentare una correzione corale. Stuzzicare la creatività, che spesso è sotterrata dalla pigrizia, dai doveri, dalla burocratizzazione. Preparare la pista, insomma. In attesa della festa. I laboratori a Roma tre (con i crediti universitari ) e il Master al  Suor Orsola Benincasa di Napoli) con Sergio Campailla e come compagno di Strada Salvatore Martino; l’esperienza slegata da obblighi di esame e “fuori orario” di Tor Vergata, sono stati, in liberi e sciolti atteggiamenti, questa costruzione umile, di un asfalto ben drenato.

Questo librettino, particolarmente caro, perché riflette i volti e gli episodi di tante ore di commozione reciproca, offre una scelta di letture consigliate e pensate per gli esercizi nei tre laboratori in cui sono stato coinvolto da Sergio Campailla nel corso di 7 anni. A Sergio, dunque, la mia immensa gratitudine per aver risvegliato il desiderio di un rapporto stabile con la perturbante e capricciosa esigenza di creatività. Premetto, nel primo capitolo, dopo i bellissimi interventi di due testimoni diretti della passione della letteratura, ciò che ritengo una necessità primaria da custodire: la meraviglia dell’infanzia, origine e fine di ogni atto creativo. Con l’augurio di molte farfalle, come scrive Jean-Dominique Bauby.

Molte farfalle

Jean-Dominique Bauby racconta la sua storia per ringraziare. E per dedicarla ai suoi figli, Théophile e Céleste. «Sono cose che sbriciolano il cuore di commozione», direbbe Roberto Benigni.

Non deve essere stato facile. Dentro lo scafandro. Le scaphandre et papillon, si intitola la sua storia, da cui è stato tratto un bel film. In Italia Lo scafandro e la farfalla, edito da Ponte alle Grazie. Fino a quarantacinque anni, all’8 dicembre del 1995, è uno stimato giornalista, direttore di Elle. Vivrà fino al 9 marzo del 1997. Poco più di un anno.

Non ho bisogno di molto tempo per sapere dove sono e per ricordarmi che la mia vita si è capovolta quel venerdì 8 dicembre dell’anno scorso. Fino ad allora non avevo mai sentito parlare del tronco cerebrale. Quel giorno invece ho scoperto tutto  […] nel momento in cui un incidente vascolare ha messo fuori uso il suddetto tronco.

Prima se ne moriva, ora il progresso delle tecniche «ha reso più sofisticata la punizione». Locked-in sindrome: lo scafandro, il paziente, con il tronco celebrale non funzionante, resta bloccato all’interno di se stesso, con la mente intatta e «i battiti della palpebra come unico mezzo di comunicazione». E di questi battiti si serve, Jean-Dominique Bauby, per ringraziare, per raccontare la sua storia, le sue farfalle sfavillanti, dettando alla redattrice del suo editore, con una pazienza infinita:

Lo scafandro si fa meno opprimente, e il pensiero può vagabondare come una farfalla. C’è tanto da fare, e il pensiero può vagabondare come una farfalla. C’è tanto da fare. Si può volare nello spazio e nel tempo, partire per la Terra del Fuoco o per la corte di re Mida. Si può fare visita alla donna amata, scivolarle vicino e accarezzarle il viso ancora addormentato. Si possono costruire castelli in Spagna, conquistare il Vello d’oro, scoprire Atlantide, realizzare i sogni dei bambini e le speranze di un adulto.

Il pensiero può errare, come nel Vagabondo delle stelle, fortunato romanzo del 1915 di Jack London,vivendo altre identità, su e giù per la storia: accade da una miserevole cella di isolamento, ad un uomo continuamente torturato, Darrell Standing. Lì lo scafandro è la camicia di forza, al cui lancinante dolore, Darrell si sottrae con la capacità di darsi la piccola morte ed entrare così nelle moltitudini di vite già vissute, dai tempi primitivi, al selvaggio West, accanto a Gesù, eremita ariano, naufrago fuori dalle epoche e molte altre.

In entrambi i diversissimi libri, entrare nella fantasia dei racconti sostituisce la corporalità imprigionata, martoriata dal dolore. In London, si apprezza il trionfo del condannato, nettamente superiore ai suoi  barbari aguzzini, incapaci di rubarne il sorriso e la resistenza, la costruzione simbolica intagliata sui miti dell’eterno ritorno, della metempsicosi, dello gnosticismo. In Bauby, nel silenzio toccante di una tremenda malattia, la realtà, la verità, la flebile voce senza voce capace di dire, almeno in alcuni momenti, grazie.

A ogni latitudine sono state invocate in mio favore le più diverse divinità […] Tuttavia queste protezioni che vengono dall’alto sono solo argini d’argilla, muri di sabbia, linee Maginot a confronto della piccola preghiera che mia figlia Céleste recita ogni sera al suo Signore prima di chiudere gli occhi. Poi ci addormentiamo pressappoco nello stesso momento, io mi imbarco per il regno dei sogni con questo meraviglioso viatico che mi protegge dai cattivi incontri.